La storia non si fa con i “se” e con i “ma”, eppure #seavessero?

CLICCA QUI..! e ascolta il podcast con l’audio integrale della 23^ puntata di Nel becco del gallo

(Radiosa Music, 5 marzo 2017)

Sermonti - se avessero

Tutto ha inizio in un villino al numero 41 di via del Domenichino, nella zona Fiera di Milano. Casa Sermonti. E’ uno dei primi giorni di maggio del 1945, poco dopo le 10 del mattino.

Milano è stata appena presa dai partigiani, e tre giovani partigiani armati di mitra si presentano in casa, e stipano tutti nel piccolo ingresso. Cercano…il maggiore dei fratelli di Vittorio, Rutilio, che ha poco meno di 24 anni. Nell’estate del ’43 si era trovato ad Atene, e così si era addirittura arruolato nell’esercito tedesco. I tre partigiani minacciano di denunciarlo, e di ucciderlo, perché colpevole di militare tra le fila del duce e del Führer.

Ma nessuno spara, nessuno muore. I partigiani vanno via, proseguendo la loro ricerca altrove.

Vittorio è lì, e assiste alla scena. Lui è un quindicenne irrequieto, e Rutilio è suo fratello maggiore. Osserva quella sorta di “nemico fanciullo” che non gli sembra poi troppo temibile.

Ma se invece quei giovani avessero sparato e ucciso suo fratello, suo fratello che poi avrebbe avuto un ruolo non marginale nel successivo rigurgito neofascista? Come sarebbe cambiata la sua vita, e quella di tutti i suoi familiari? Se lo avessero fatto? Se avessero dato seguito alle loro minacce? se lo avessero colpito? Se lo avessero giustiziato davanti a tutti i suoi cari? Se…avessero?

Se avessero è proprio il titolo dell’ultimo romanzo di Vittorio Sermonti, sottotitolato come Opera ultima, edito da Garzanti, nella cinquina dei libri finalisti del Premio Strega 2016. Il sottotitolo, quello di Opera ultima, è tristemente calzante: la pubblicazione del volume è avvenuta infatti nella primavera del 2016, il tempo di avere la nomination per lo Strega, e nel novembre dello stesso anno purtroppo Vittorio Sermonti, classe 1929, all’età di 87 anni è deceduto.

Il romanzo  ci porta per mano nel regno della memoria. Un romanzo denso di ricordi, autobiografico, per certi versi quasi sconcertante, che si interroga incessantemente sui “se” e sui “ma” di quanto accaduto, sebbene si dica sempre che proprio con i “se” e con i “ma” la storia non abbia diritto di realizzarsi.

La sparatoria mancata condizionerà in qualche modo la sua esistenza, e il piccolo vano dell’ingresso, col suo mobiletto giallo e tutte quelle porte, diverrà il punto di partenza e di continuo ritorno, in una sorta di narrazione “a spirale”. Come se il “non accaduto” persistesse durante tutto il romanzo. Una sorta di punto fermo che dà invece a Vittorio Sermonti il pretesto per raccontare quasi 70 anni di storia italiana, e familiare.

Ascolta il podcast della ventitreesima puntata di Nel becco del gallo andata in onda il 5 marzo da Radio Radiosa Music. Abbiamo parlato di questo romanzo, e di molto altro ancora. Clicca sul testo evidenziato in rosso all’inizio di questa pagina, e ascolta la registrazione.

Non è poi così male

Nella stessa puntata, per la rubrica Fuori dall’angolo abbiamo parlato del romanzo di esordio di Selenia EryeNon è poi così male”, edito da Eclettica nella collana Vagone ristorante. In trasmissione, anche l’intervista a Selenia Erye, nata e cresciuta in una piccola città di provincia di circa 60mila abitanti, tra le Alpi e il mare.

Non è poi così male si dipana  come una specie di diario della protagonista, Mia Di Porto. Dopo le prime, tipiche, discussioni adolescenziali con i genitori, che per la verità si comportano in modo piuttosto amorevole nei confronti della figlia, Mia ricercherà una propria identità, un proprio look, un posto nella “società dei ragazzi” che noi adulti troppo spesso non riusciamo pienamente a percepire. E Mia lo farà tra l’altro aggrappandosi alla musica, come migliaia e migliaia di altri ragazzi, inseguendo i suoi miti, vestendo come loro, atteggiandosi come loro, sperimentando le vite degli altri prima di imparare a vivere la propria.

Per lasciarci con qualche spunto di riflessione, nella rubrica Fuori i secondi a proposito del perdono, del perdono verso sé stessi soprattutto, mi è tornato in mente un breve monologo che ho scritto qualche tempo fa su questo argomento.

Fa così.

Potremmo impiegare un secolo per cercare la forma perfetta di un fiore tra milioni di altri.. per accorgerci che alla fine ciascuno di essi, nella propria unicità, è perfetto, perché fedele a sé stesso. Coerente con la sua, personale intenzione di vita.

Proiettare su quel fiore la nostra intenzione, o applicare la nostra perfetta unicità al vicino di passo, che ci sfiora la spalla lungo il cammino, è una violenza.. una sopraffazione. Come parabola di un vangelo laico, ciascun viandante porta con sé la propria storia, i propri “errori” perfetti.

Ho sempre fatto a pugni con il concetto del “perdono”, e “giustificare” non sempre mi riesce facile.

Ma essere ..indulgenti e comprensivi verso le debolezze e le diversità del nostro vicino di passo, non è un po’ anche perdonare, insomma …accettare noi stessi e la nostra perfetta imperfezione?

Nel becco del gallo … sperando che canti!

Sergio Gallo

 

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