Cosa spinge Rina a tornare in quel carcere 50 anni dopo, e a chiedere #nelsilenzioparlamiancora?

CLICCA QUI..!  e ascolta il podcast con l’audio integrale della 22^ puntata di Nel becco del gallo 

(Radiosa Music, 26 febbraio 2017)

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Rina è stata una donna partigiana imprigionate tra le mura del carcere “Le nuove” di Torino. Sopravvissuta a quella prigione, dove ha lasciato più di qualcosa di sé, e sopravvissuta alla guerra, si ritroverà dopo mezzo secolo, al tramonto della sua vita, a fare i conti col proprio passato, quasi avvitata nei sensi di colpa che in qualche modo quella terribile esperienza le ha lasciato addosso, insieme al dolore delle ferite subite.

Sto parlando dell’ultimo romanzo di Antonella e Franco Caprio, “Nel silenzio parlami ancora”, edito da BESA.

La vicenda si svolge nei dintorni di Pont Canavese, un piccolo centro che oggi fa parte della città metropolitana di Torino, durante l’ultima, terribile parte della seconda guerra mondiale, nel periodo che seguì il governo Badoglio e la nascita della RSI, la Repubblica Sociale Italiana. Quello che da molti fu definito una sorta di “governo fantoccio”, fortemente voluto dalla Germania e guidato da Mussolini per governare parte dei territori italiani ben controllati dai militari tedeschi.

A quell’epoca Rina ha 17 anni. E’ una ragazza schietta, come lei stessa di definisce, la terza di 4 sorelle. A lei è toccato prendersi cura di Irene, la sorella nata per ultima, che sembra affetta da un ritardo mentale ma che si rivela un vero spirito libero e puro. Il padre di Rina è un uomo taciturno, dai modi asciutti, che cerca in qualche modo di superare quel periodo terribile assecondando i vincenti. Sua madre, il perno attorno al quale ruota molto del carattere impulsivo di Rina, è una donna anaffettiva, che porta dietro il fardello di un amore sottratto da una persona a lei cara, e da quel giorno si è negata ogni sentimento.

Quando aveva 12 anni, Rina aveva vissuto invece il dolore di un amore negato, impossibile. A quel punto aveva pensato di farsi suora, per sublimare quell’amore, ma qualcuno le farà capire che questa “scelta d’amore celeste” è sbagliata per lei che ne desidera uno terreno.
E quell’amore terreno si presenterà prepotentemente 5 anni dopo – quando Rina ha appunto 17 anni – con le sembianze di Giacomo, un giovane aitante, bellissimo, figlio del fabbro del paese. Giacomo che studia, e conversa sui temi della libertà, del comunismo, e che ha deciso di entrare nella resistenza partigiana. Dopo un incontro avvenuto sotto la pioggia, Rina è perdutamente innamorata di Giacomo, abbandonerà la sua spensieratezza e si butterà a capofitto in una storia incredibile, diventando – col nome di battaglia di “Vittoria” – una staffetta partigiana della 76esima Brigata Garibaldi.

Per lei una scelta d’amore, che però le aprirà una strada di dolore, di dubbi, di sofferenze. Cosa sarebbe accaduto se anziché innamorarsi di Giacomo, si fosse per esempio innamorata di Sergio, il figlio del droghiere, che invece credeva fermamente nelle parole del Duce? Avrebbe combattuto dall’altra parte della barricata?

Come partigiana, Rina conoscerà il carcere “Le nuove” di Torino, dove subirà violenze di ogni tipo. Scampata a quell’orrore, dopo 50 anni, vorrà tornare in quel carcere che ha segnato la sua esistenza, per cercare il bandolo della matassa dei pensieri e del tormento che non la abbandonano più.

L’incontro con un misterioso personaggio tra le mura di quel carcere aprirà nuovi scenari per il suo cuore così provato, e Rina tenterà di rileggere con maggiore indulgenza il proprio passato.

Questa storia, unita all’intervista ad Antonella Caprio, l’abbiamo raccontata da Radio Radiosa Music nella ventiduesima puntata di “Nel becco del gallo“, il programma settimanale che è un invito alla lettura e all’ascolto, andata in onda il 26 febbraio. Ascolta il podcast di quella puntata cliccando sul link in rosso all’inizio del testo.

albagia

Nella stessa puntata, per la rubrica Fuori dall’angolo abbiamo parlato anche di poesia, e presentato “Albagìa”, la raccolta di poesie di Maria Antonietta D’Onofrio, pubblicata pochi giorni fa per “Mannarino editore”.

Maria Antonietta D’Onofrio è nata a Pisticci (MT), dove vive e lavora come medico di famiglia. Ha pubblicato già tre opere di narrativa: Ora aspetto la vita che mi cerchi (2008), che ha vinto il Premio Letterario Nazionale “Città di Arona”, Il silenzio che racconta la vita e il rosmarino (2010), una storia ispirata a una donna e ambientato in Basilicata, secondo classificato al Premio Letterario 2011 “Città di Arona” e Quarto classificato al Premio Thesaurus 2012, e Poeti di mandorla amara (2012), che ha ottenuto molti riconoscimenti, ma anche Primo Premio Internazionale di Narrativa e Poesia Città di Caserta, 2015.

Prima di Albagia, ha pubblicato un’altra raccolta di poesie: Tu che mi dovevi amare (2014).

Albagia come presunzione, boria. Ebbene, se presunzione c’è nei versi di Maria Antonietta D’Onofrio, questa sta tutta nella bellezza da lei decantata, nel desiderio di ricordare e di condividere con il lettore, gli ideali che riempivano la sua adolescenza, e che la rendevano – come lei stessa si definisce – “albagiosa”, presuntuosamente convinta di poter cambiare il mondo. Convinta di avere il diritto, e il dovere, di pretendere ancora, per sé stessa e per gli altri, una vita degna di essere vissuta.

Per la rubrica Fuori i secondi, prendendo spunto dal tema della virtù e dell’errore di cui si è parlato, mi è tornato in mente un breve monologo che scrissi qualche tempo fa, fortemente ispirato ad una frase piuttosto famosa che il grande cantautore genovese Fabrizio De André pronunciò durante uno dei suoi numerosi concerti.

Fa così:

Io credo che gli uomini agiscano certe volte senza una precisa volontà. Certi atteggiamenti, certi comportamenti sono imprescrutabili. La psicologia ha fatto molto, la psichiatria forse ancora di più, però dell’uomo sappiamo veramente poco.

Così, Io ho sempre pensato che ci fosse ben poco merito nella virtù, e poca colpa nell’errore. Anche perché siamo ..sicuri, siamo veramente convinti di saper distinguere bene, di saper comprendere a fondo…cosa sia la virtù, e cosa sia l’errore?

Nel becco del gallo … sperando che canti!

Sergio Gallo

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