Nell’isola di Leros con #SimonaVinci cerchiamo #laprimaverità

Ascolta l’audio integrale della dodicesima puntata di Nel becco del gallo, in onda tutte le domeniche dalle 9.00 alle 10.00 su Radio Radiosa Music

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la-prima-veritaNel 1992 Angela, 22 anni, italiana, che studia giurisprudenza a Padova e sta scrivendo una tesi in Diritto Civile che tratta l’abuso di diritti umani in Europa, sbarca sull’isola di Leros, in Grecia, nell’arcipelago del Dodecaneso.

Angela fa parte di un gruppo di giovani volontari, 6 donne e 15 uomini, tutti al di sotto dei 35 anni, provenienti..da vari paesi europei e pronti a prendersi cura per alcuni mesi degli ospiti di quella isola-manicomio che è Leros.

Le isole, si sa, hanno in sé il concetto di lontananza. E quale luogo potrebbe essere migliore di quello, per tenere appunto lontani dalla cosiddetta “normalità” i pazzi, ma anche i diversi, gli indesiderati, gli esclusi?

L’orrore delle condizioni in cui sono tenuti i pazienti, privati di ogni diritto e dignità, senza una cartella clinica, o una cura prescritta, oppure dei medicinali, o del cibo, o delle minime condizioni di igiene personale, sarebbe già sufficiente per Angela. Il cui idealismo vacilla di fronte alla realtà delle cose. Ma l’esistenza di Angela a Leros è sconvolta anche per il fatto che lei si troverà di fronte a molti misteri. Che la porteranno via via a rendersi conto che lì, mescolati ai dementi, agli abbandonati, agli sconfitti, ci sono anche persone che un tempo avevano una vita normale, una famiglia, un lavoro. Ma che erano scomode per qualcuno. Qualcuno che lì, nel manicomio di Leros, ha gettato quelle persone come sacchi di immondizia. Perché le loro grida di protesta si confondessero con le urla della follia.

Sto parlando di un romanzo che ricerca la verità con ostinazione. Fin dal titolo, si riferisce ad una verità di valore assoluto. La prima. E il titolo di questo romanzo è appunto.. La prima verità, edito da Einaudi – Stile Libero Big, e l’autrice è Simona Vinci. Un romanzo formidabile, con il quale Simona Vinci ha vinto l’edizione 2016 del Premio Campiello.

Il romanzo si ispira ad una storia realmente accaduta, una storia scandalosa, che sconvolse gli animi dell’Europa e del mondo. Il titolo del romanzo di Simona Vinci, “La prima verità”, si ispira a un desiderio di bellezza, alla convinzione che possa esistere un mondo migliore come trasuda dai versi di un famoso poeta greco, Ghiannis Ritsos, considerato uno dei più grandi poeti greci del ventesimo secolo. Un vero “artigiano della parola”, come era definito, proposto per 9 volte come Nobel per la Letteratura.

Ghiannis Ritsos, che Simona Vinci cita nella prima pagina del suo romanzo, fu anche partigiano durante la seconda guerra mondiale e deportato durante il regime dei “colonnelli”. Quest’ultimo fatto  rafforza il senso della sua “presenza” all’inizio del romanzo di Simona Vinci.

L’idea di speranza di Ghiannis Ritsos è tutta nelle parole di questa poesia, Lascito (da Pietre, ripetizioni, sbarre – 1977).

Disse: credo nella poesia, nell’amore, nella morte,
perciò credo nell’immortalità. Scrivo un verso,
scrivo il mondo; esisto, esiste il mondo.
Dalla punta del mio mignolo scorre un fiume.
Il cielo è sette volte azzurro. Questa purezza
È di nuovo la prima verità, il mio ultimo desiderio.

Ascolta l’audio integrale della puntata di Nel becco del gallo andata in onda il 27 novembre come ogni domenica su Radio Radiosa Music, dalle 9.00 alle 10.00. Troverai questo e molto altro sul libro di Simona Vinci “La prima verità”. Clicca sul link in rosso che trovi all’inizio del testo, e ascolta il podcast.

alveare-darenariaPer Fuori dall’angolo, nella stessa puntata radiofonica abbiamo presentato Alveare d’arenaria, una raccolta di poesie di Ione Garrammone, edita da Villani Libri.

Ione Garrammone è lucana: è nata a Pietrapertosa, in provincia di Potenza, un paese davvero molto caratteristico a ridosso delle cosiddette Dolomiti Lucane. Ha due lauree (in Lingue e Letterature straniere moderne, e in Scienze della Formazione primaria), e lavora come insegnante. Collabora pure con molte associazioni culturali, ed è presidente della Associazione nazionale degli insegnanti di Lingue straniere.

Dopo aver pubblicato alcune sue poesie in antologie letterarie, con Alveare d’arenaria Ione Garrammone pubblica la prima raccolta personale di versi.

Il titolo si deve a quella sorta di ricamo che vento e pioggia scavano sulle pareti delle dolomiti lucane, un luogo che è fonte primaria dell’ispirazione delle poesie dell’autrice. Scrive Ione Garrammone nella prefazione che “il luogo che ci accoglie alla nascita non rappresenta mai uno spazio solo geografico, ma diventa trama della narrazione della nostra vita, e parte integrante della nostra identità”. Nascere a Pietrapertosa, aggiunte l’autrice, vuol dire conoscere il silenzio. E nel silenzio è possibile ascoltare.

Ione Garrammone ascolta allora i suoni della natura portati dal vento, le rocce aggredite e modellate dalle intemperie, i giochi rumorosi dei bambini, gli affanni degli adulti, e soprattutto le voci delle donne di Pietrapertosa, e non solo. Figure femminili forti e selvagge, quelle tracciate nei versi dell’autrice, che travalicano i confini di quelle montagne, arrivano fino a Matera, e poi ancora più lontano, fino a perdersi nel ricordo.

Nella puntata del 27 novembre abbiamo dunque curiosato tra le righe del romanzo “La prima verità” di Simona Vinci, trovandovi una galleria di personaggi reali ma dal comportamento surreale: personaggi esclusi, abbandonati, diversi. Altri personaggi, solidi e orgogliosi, li abbiamo trovati nei versi di Ione Garrammone raccolti nella silloge Alveare d’Arenaria.

Così per “Fuori i secondi“, per lasciarci con qualche spunto di riflessione, mi è tornata alla mente qualcosa che scrissi qualche tempo fa, per uno spettacolo di teatro e musica che narrava appunto di un viaggio nell’umanità.

Le fiamme crepitano e mandano sbuffi di scintille, minuscole comete nel buio della notte: c’è solo legna di pino, in quel fuoco, e la resina scoppia al calore.

Così scorgo a tratti il suo volto segnato e sofferente. L’uomo è seduto per terra, giusto di fronte a me. All’inizio farfugliava qualcosa, poi il suo biascicare è diventato il raccontarsi via via più distinto di eterno reduce, colmo di dolore e polvere da sparo.

Mi parla del vigore giovane, l’uomo del fuoco. Mi dice di irruenti partenze, dell’incoscienza scambiata per coraggio, di generali impomatati. E della vita. Ma anche della paura, della viltà camuffata da rinuncia, di struggenti lontananze da casa. E della morte.

Uno per uno, lascia emergere dalle sue labbra tutti quelli che ha conosciuto o incontrato lungo il cammino: i loro desideri, le loro vite spezzate.

E ripete fino alla nausea <<Inutile! Assurdo! Inaccettabile!>>

Le sua mani, e la sua voce, sussultano come l’aria che il fuoco scalda, e che ondeggia al di sopra delle fiamme! E’ l’emozione che travolge il raccontarsi.

Ma chiamare i ricordi col proprio nome nell’incubo del vissuto, non è forse una forma di riscatto, quasi una catarsi, per rendere più sopportabile il proprio passato, e rimescolare le carte del futuro?

Nel becco del gallo .. sperando che canti!

Sergio Gallo

 

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2 comments

  1. Sulla · dicembre 2

    In una strana associazione di idee, scelgo RISCATTO…
    re-CAPTARE …quindi CÀPERE.. PRENDERE…e allora ri-prendere cose perdute. Io ri-scatterei l’affrancamento dal “rumore”, da quella ricerca necessaria di consenso, “follia” di questi tempi, come un unico “desiderio di bellezza” dei nostri passi. Mi viene in mente una canzone di Fossati, “Contemporaneo”:
    / Voglio quel poco di potere, Che cura la nevrosi, Eppure ahimè la espande /
    Riscoprire, invece, un’altra bellezza possibile.. “Che sembra fare da porta per il mondo che è fuori”, belle le parole di Ione Garrammone…

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    • nelbeccodelgallo · dicembre 4

      L’ostinata, ossessiva ricerca del consenso è figlia di una involuzione collettiva, di una immaturità che predilige la sintesi all’analisi, la superficie alla profondità, il breve al lungo.. Però io sono convinto che esista “un’altra bellezza possibile”, e che si possa scoprirla proprio quando si impara a non prendersi troppo sul serio, con leggerezza, e con maggiore indulgenza verso sé stessi oltre che verso gli altri.

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