#Zafarān

Ascolta l’audio di questo racconto

terra

Sono al chiuso, al buio, senza cibo né acqua da giorni. E ho terra tutta appiccata addosso.

Con me, forse mille altri. Anche nell’oscurità, pur non toccandoci, percepisco nettamente la loro presenza. Di chi mi sta accanto, sento il metabolismo profondo, brutalmente rallentato nel vivere. O per sopravvivere, piuttosto.

Dormo quasi tutto il giorno.

Il giorno? Che sciocca affermazione. Chiuso qui dentro, cosa ne so del giorno?  Senza luce il tempo si distorce, assumendo un significato relativo.

E’ incredibile quanto sia fondamentale il sorgere ed il tramontare del sole per ciascuno di noi. E non solo per scandire ciclicamente le nostre giornate, o per regalarci un’esplosione di colorato entusiasmo. Il nostro organismo ne ha bisogno, si nutre di quei raggi e li trasforma in energia, linfa vitale per la nostra stessa esistenza. Così come raccoglie e accumula il freddo e l’oscurità: li conta in ore,  se ne fa vanto, e li usa per risparmiare le forze e rilanciare, quando sarà il momento, la propria orgogliosa sfida alla vita.

Perciò non so dire quanto tempo io abbia trascorso chiuso qui dentro, quando tolgono il coperchio alla cella nella quale siamo rinchiusi. So soltanto che è giorno, perché la luce ferisce subito quei nostri corpi troppo abituati all’oscurità, e continua a filtrare dalla tela grezza degli enormi sacchi nei quali ci ammucchiano a migliaia, in fretta e senza alcun riguardo.

Così ammassati in grandi gruppi, ci accatastano. Chi sta sopra schiaccia chi sta sotto, senza riuscire a sottrarsi a questo destino di prepotenza o di sottomissione. Il motore del camion che ci trasporta ruggisce, strilla in crescendo note più acute, e dopo un attimo in cui tutto sembra sospeso, cambia marcia, e riparte con sonorità profonde mentre spinge più fluido e con rinnovata forza. Andiamo sempre più veloci. Ad ogni scossone la situazione muta, e a patire sono altri, senza sosta, senza che nessuno possa prevedere cosa gli toccherà alla buca o alla curva successiva.

Rallentiamo. Mi ritrovo spinto di lato contro la tela grezza e sulla sponda del camion. Non respiro! Il sobbalzo del cassone, mentre il motore prende a sbuffare, mi libera appena. Ho un ricordo lontano, quasi un deja vu: quel borbottio precede l’arrivo. Con un ultimo sussulto il motore si spegne. Siamo fermi!

Rumori secchi, e voci forti. Mani sicure afferrano quei grandi sacchi e li rovesciano d’un colpo. Sbatto dappertutto, mentre rotolo senza riuscire ad opporre resistenza. Ancora luce, feroce, che si accanisce sui nostri corpi scorticati dal trasporto.

Sono stordito. Mi abbandono completamente, ed è facile per quelle mani sollevarmi. L’unica cosa che sento è il rumore ritmico e sordo delle zolle del terreno che si rompono sotto i passi pesanti di quegli uomini. E’ un attimo, e mi ritrovo in un buco, coperto da quella stessa terra che stavano calpestando! Non faccio in tempo a gridare: di nuovo l’oscurità, di nuovo l’aria che mi arriva appena. Soffoco. Non sento più neanche gli altri che erano con me: seppelliti come me in un altro buco?

Cerco di riprendere il controllo. Non è facile, nel buio. Non sento più i passi, e la terra tutto intorno a me forma una specie di guscio avvolgente, che cerco di far diventare familiare. Vorrei addormentarmi di nuovo, smorzare ancora il mio metabolismo e risparmiare energie. Ma diamine: stavolta non ci riesco!

E’ trascorsa un’ora? Un giorno?

Ora c’è acqua che scorre sopra di me, ne sento distintamente il rumore, e ne filtra quanto basta per bagnare quel guscio amico. Dopo un po’ lo spazio angusto nel quale mi trovavo sembra ancora più stretto, come se le pareti del guscio mi premessero addosso. Resisto come posso a quella pressione, mi puntello contro le pareti contrapposte, tanto che ad un certo punto non capisco più se siano quelle a comprimermi oppure il mio corpo a dilatarsi, come se gemmasse fertili protuberanze che spingono sul terreno circostante.

Cosa mi accade?

Sento distintamente lacerarsi la tunica biancastra che avvolge il mio corpo quasi rotondo. Due protuberanze simmetriche mi spuntano addosso. Per il buio non posso vederle, ma sento il mio corpo che di lì si estende ancora, che spinge in verticale puntando verso l’alto, penetrando le zolle dure mentre si fa largo nelle fessure. Non sento dolore, come se questi miei arti filiformi fossero ricoperti da guaine più coriacee dell’aspra terra. Sempre più su, sempre più su.

Sono fuori. O almeno, una parte di me. Il mio corpo è ancora di sotto, ma qualcosa di me è in superficie, segno del mio esistere. Sento l’aria che mi accarezza, e il sole! Non posso crederci! Un’onda potente di energia arriva fin sottoterra, quasi mi travolge. Poi il flusso si stabilizza, e gusto piano quel calore generoso.

Non posso vedere ciò che accade fuori di me. Ma mi abbandono a quella sensazione di benessere prolungato, facendomi bastare quel dono inatteso.

E’ trascorsa un’ora? Un giorno?

In superficie, quelle guaine coriacee si sono aperte, e i piccoli filari sono colorati di lilla. L’uomo osserva quei fiori delicati ormai non più in boccio, emersi quasi con prepotenza dalla terra dura. A 6 a 6, ciascuno di quei fiori dispiega nei petali tutto il proprio incanto, e ravviva il bruno di un ennesimo autunno.

Za’farān: invano i suoi fiori attendono il polline fecondo. Le mani dell’uomo, pietosamente, ne strappano il ventre sterile, e ne colorano un piatto.

E’ trascorsa un’ora? Un giorno?

Il buio mi inganna ancora. Spingermi fuori, in superficie, mi ha provato molto. Quello sterile benessere provato si affievolisce, e ne comprendo l’effimera utilità.

Il mio corpo riprende a sussultare. Uno strappo! Poi un altro più profondo, che quasi mi lacera dentro. Mentre le mie forze diminuiscono, sento il mio corpo dividersi. Una volta, poi un’altra ancora. Due bulbi. Due nuovi bulbi come me, ho generato.

Sfinito, mi sto spegnendo. Ma non sento più dolore, o il freddo, o l’umidità del guscio amico. Non ricordo ciò che ho patito. Non ho più neanche paura del buio.

Madre e padre, insieme. Per la prima volta sono sereno. In quella prolifica genitorialità realizzo il mio destino.

IMG_4912

#nelbeccodelgallo

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...