Ai piedi dell’arcobaleno (terza e ultima parte)

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..Visto così, dall’alto, era stupefacente. E appena poco più sopra se ne intravedeva addirittura un altro. Ma non era solo uno spettacolo immenso: quei due arcobaleni sotto di noi ci riportavano in vita..

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..Adesso mi ero perso sul serio! Tutti ci eravamo persi!

Vagavamo sempre a ventaglio cercando un punto di riferimento. Fu il Buon Andrea, più a sinistra di tutti, a vederlo per primo: era un piccolo palo di legno con attaccata una freccia: l’indicazione diceva Capanna Morgantini. La Capanna era molto più a ovest, praticamentein testa alla valle parallela rispetto a quella nella quale ci aspettavano i nostri amici.  La strada per Capanna Morgantini passava dal Passo dello Scarason. Avremmo allungato di parecchio, ma almeno dalla Capanna saremmo ridiscesi verso nord nell’ampia valle fino al Gias dell’Ortica, per poi piegare a est verso Passo del Duca sotto la Conca delle Carsene, e tornando poi al Gias Sutan e quindi a Pian delle Gorre.

C’era poco da scegliere. E comunque Mauro il Taciturno almeno stava meglio. Ci dividemmo gli ultimi spicchi di mela e ci incamminammo.

Il sentiero si manteneva sempre in quota, intorno a 2.200-2.300 metri. Era piuttosto ampio, e i segni sulle rocce si leggevano pur con tutta quella pioggia. Acciderba quanto pioveva! E il vento tentava di strapparmi di dosso il leggero K-way con cui cercavo a malapena di proteggere me, lasciando lo zaino al suo zuppo destino. Camminavamo uno dietro l’altro, in silenzio, Capo Giuseppe in testa, con la sua gigantesca mantellina cerata a coprirgli anche il bagaglio, così da farlo apparire stretto parente del Gobbo di Notre Dame.

Avevo la testa bassa, con un cappellino con visiera sotto il cappuccio del K-way per tener lontana la pioggia dal viso e riuscire a tenere gli occhi aperti. Sentivo alcune gocce sul collo, che mi scivolavano sulla schiena: probabilmente l’acqua si era fatta strada da qualche parte usando il vento come grimaldello.

Avevo paura. E probabilmente l’avevano anche loro. Ma sempre per quella vecchia storia che non si deve chiedere mai, nessuno lo ammise. E neanche in seguito, tra noi, ce lo siamo mai confessato.

A Cola Piana smise finalmente di piovere, e la visibilità tornò ad essere buona. Si respirava, finalmente, e poi eravamo oramai a due passi da Capanna Morgantini.

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Era un vero e proprio capanno sperduto fra le rocce, uno di quei tipici bivacchi in quota che servono per spezzare le lunghe camminate degli escursionisti e trascorrere la notte al coperto. Per me, una specie di miraggio.

Ancora una sosta, questa volta breve e necessaria per toglierci le mantelline, bere un sorso d’acqua e risistemare lo zaino. Poi cominciammo a scendere agevolmente e di buona lena verso Gias dell’Ortica, facendo solo attenzione alle pietre umide lungo il sentiero.

Fu allora che lo vedemmo.

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Restammo a guardarlo, immobili. Visto così, dall’alto, era stupefacente. E appena poco più sopra se ne intravedeva addirittura un altro. Ma non era solo uno spettacolo immenso: quei due arcobaleni sotto di noi ci riportavano in vita.

Capimmo che era fatta: la strada era letteralmente tutta in discesa, e presto ci saremmo riuniti al resto del gruppo.

Miliardi di goccioline iridescenti, una dopo l’altra raccoglievano un piccolo raggio di sole filtrato tra le nuvole e lo scomponevano nei suoi colori, disegnando archi perfetti. Che si tuffavano nella valle fino ad un gruppo di rocce proprio vicino al sentiero, tornato finalmente visibile dopo la pioggia fitta.

Fissavo  quelle rocce in basso sorridendo. Di lì a poco saremmo passati vicino a quelle grandi masse scure eccezionalmente illuminate in multicolor, e..sì! Tornavano in mente le antiche leggende secondo le quali alcune creature fatate nascondono i tesori ai piedi degli arcobaleni.

Per i Celti, a farlo erano i Leprecauni, piccoli folletti laboriosi col naso a patata e la faccia color rame, che proprio alla fine dell’arcobaleno sotterravano una pentola piena d’oro per tenerla lontano dagli avidi e dai ladri.

Avremmo trovato anche noi una pentola d’oro, o cosa? Mi sorpresi a fissare quelle rocce per cercare di memorizzarne la forma e la posizione esatta nella pianura, per ritrovarle poi, quando fossimo stati più in basso.

Scendendo lungo il sentiero, ovviamente i piedi dei due arcobaleni cambiavano continuamente posizione. E’ una legge della fisica, ma in quel momento mi sentivo ingannato: i Celti dovevano essere stati dei gran burloni, e i Leprecauni si stavano prendendo gioco di me, sottraendomi un tesoro che sentivo già mio! Difficile filtrare con la razionalità un tale prodigio.

Lentamente realizzai altro, mentre il cuore prese a battermi forte. Ma non era solo una grande emozione. Di più. Era come riuscire di colpo a guardare oltre, a individuare la chiave di un enigma che fino ad un momento prima mi appariva irrisolvibile, come fosse un unico muro liscio e compatto.

Non una pentola d’oro. Quelle traiettorie che correvano dipinte nel cielo, e che sembravano gabbarmi spostandosi ad ogni mio passo, non indicavano punti precisi del suolo, ma la Terra tutta. Un unico, irripetibile tesoro. Da preservare dagli avidi e dai ladri, proprio come facevano i folletti della leggenda.

E’ strano ciò che accade in montagna, tra alleati di passo. E’ come se ciascuno protendesse, verso gli altri compagni, dei fili sottili, e intrecciasse con questi dei nodi che non si sciolgono più, neanche quando il sentiero sarà finito. Così non mi parve strano scoprire i volti dei miei amici …a sorridere, mentre condividevano, in un silenzio complice e loquace, la mia stessa meraviglia.

Ho vissuto ancora, altrove, la magia burlona e profetica del doppio arcobaleno. Ma questa…è un’altra storia.

Per ora, vi auguro buone cose… Nel becco del gallo, sperando che canti!

 

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One comment

  1. Carla · aprile 3, 2016

    Un gran mal di testa m’impedisce oggi di leggere. Ma ho potuto ascoltare e seguire l’arrampicata nell’unico modo possibile ad una “pigramente marittima”. Conosco però lo stesso molto bene l’impedimento a chiedere e la difficoltà a rinunciare. E con grande soddisfazione ora aggiungo un doppio arcobaleno alla mia collezione. Grazie per avermelo regalato tanto lievemente. Ricambio con una poesia che mi è rifiorita nell’animo mentre narravi…

    “Ogni Vita converge verso qualche Centro –
    Espresso – o taciuto –
    Esiste in ogni Natura Umana
    Una Meta –
    Confessata a malapena a se stessi – può essere –
    Troppo bella
    Perché l’audacia di Crederci
    Si avventuri –

    Adorata con cautela – come un Fragile Cielo –
    Raggiungerla
    Sembrerebbe impossibile, come la Veste dell’Arcobaleno
    Toccare –

    Eppure perseverare al traguardo – più certo – perché Distante –
    Quanto alto –
    Sulla lenta diligenza dei Santi –
    Il Cielo –

    Inarrivabile – può essere – nell’umile Avventura della Vita –
    Ma poi –
    L’Eternità consente di tentare
    Ancora.”

    Emily Dickinson

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