Ai piedi dell’arcobaleno (seconda parte)

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..Non ero sul set di Matrix, e nessuno mi aveva infuso durante la notte un software nel cervello con un corso accelerato per scalare le montagne. Non so, forse a volte il fatto di respirare insieme ad altri alcune emozioni crea invisibili anastomosi, che trasfondono certo sapere e ti predispongono all’ignoto..

Digitalizzato_20160221…In 3 erano decisi a farlo: Capo Giuseppe, e poi Mauro “il Taciturno”, dal viso eternamente nascosto da barba, baffi e capelli foltissimi, e “il Buon“Andrea, silenzioso anche lui ma con lo sguardo dolce e la faccia pulita. Gli altri sarebbero ridiscesi passando sempre dai laghetti, ma tenendosi a nord del massiccio. Serviva un quarto uomo, per stare in coppia in alcuni tratti un po’ insidiosi, anche se il percorso non era da veri scalatori. Con la stessa naturalezza istintiva con la quale Capo Giuseppe trovava il passo, proposi di unirmi a loro. Come se lo avessi sempre fatto, come se non fosse la prima volta. O, forse, proprio perché lo era.

Ero io il quarto uomo.

Ma per loro io ero solo il Maltese. Sapeva di mare, quel soprannome. Ma, soprattutto, la città di Matera, dove vivevo e vivo, non era ancora né patrimonio Unesco né capitale della cultura 2019, ed era sconosciuta ai più. Come sconosciuto era il nome dei suoi abitanti. “Materassi? Materasassi? Forse Materatesi, che suona meglio”. Ma non ne erano sicuri, e avevano tirato corto con Maltesi.

Pur con tutta l’appassionata arringa meridionale, ci volle un po’ a convincerli. Ma tratto il dado, alle prime luci si partì. Il tempo quella mattina non era granché: tanto grigio, e nebbia, e la temperatura era calata parecchio. Io però stavo bene, riposato e pimpante, con caschetto di sicurezza e imbragatura-per-ogni-evenienza in prestito, entrambi rigorosamente imposti dai miei compagni. Sembra strano, ma dentro ero tranquillo. Non ero sul set di Matrix, e nessuno mi aveva infuso durante la notte un software nel cervello con un corso accelerato per scalare le montagne. Non so, forse a volte il fatto di respirare insieme ad altri alcune emozioni crea invisibili anastomosi, che trasfondono certo sapere e ti predispongono all’ignoto.

La nebbia svanì presto, ma restava il grigio. Ci lasciammo in poco più di mezz’ora i laghetti alle spalle. Viaggiavamo leggeri, con poca acqua e solo un po’ di frutta: dopo la vetta del Marguareis, avremmo raggiunto il resto del gruppo più a valle, e pranzato con loro.

Camminavamo su di una specie di ghiaione, con sassi mobili ad alto rischio-ginocchio, quando il Taciturno cominciò a perdere il passo. Smorfia sul viso, e le mani che stringevano l’addome. Una colica da indigestione forse, o il freddo di quella mattina, oppure un attacco di influenza. Aveva quasi 30 anni, e in montagna ci andava da quando era ragazzino. Ma non voleva frenare il nostro entusiasmo, e disse che potevamo continuare. Un errore. Da principiante.

Quel suo malessere aumentava ad ogni passo, e nella parte più impegnativa, dove le mani dovevano aggrapparsi alla roccia e la punta dello scarpone spingere sulle piccole sporgenze per andare su, il suo ansimare diventò uno strazio. Capo Giuseppe e il Buon Andrea erano pronti a incoraggiare me, Maltese piedidolci, ma questo era un fuori programma. Oramai eravamo oltre metà strada, e sarebbe stato più lungo tornare indietro che proseguire e ridiscendere poi fino al luogo convenuto per l’appuntamento con gli altri.

Se i fazzoletti di carta erano agli albori, i telefoni cellulari non si immaginava neanche che potessero esistere. Bandierine? Niente. Segnali di fumo? Non eravamo pratici. Niente cabine telefoniche, e quindi non si poteva chiedere aiuto ad alcuno: dovevamo andare avanti. Anche per una sorta di tacito e direi …contagioso orgoglio maschile, che ci rendeva incapaci di ammettere i nostri stessi limiti. E pronunciare quella parola che è l’incubo di chi non deve chiedere mai: “Rinuncio!”

Facendo soste frequenti per far riposare il Taciturno, arrivammo in vista della vetta.

Ancora un po’ di strada lungo la linea di cresta, e saremmo arrivati alla gigantesca croce di ferro che ne segnava la cima. Un immenso parafulmine, irresistibile punto di attrazione e convergenza per la spaventosa elettricità d’alta quota durante i temporali.

Ci arrivammo piuttosto provati, perché le continue soste ogni volta ti tolgono qualcosa, ti fiaccano le gambe. E poi, pur nel nostro cocciuto silenzio, eravamo preoccupati. Per il Taciturno, che continuava a star male, e per l’orologio che correva: ormai l’appuntamento con il resto del gruppo era saltato!

Digitalizzato_20160221 (4)

Però a quel punto ero sul Marguareis: 2.651 metri di altitudine! Non avevo ancora trovato il mio movimento, ma accipicchia che impressione stare lì, almeno per un piedidolci tendenzialmente marittimo come me!

La sosta in vetta fu più lunga delle altre, e recuperammo tutti energie e spirito. Cercai di gustarmi almeno un po’ quel piccolo traguardo ma, preso dai pensieri collettivi, senza troppo successo. Così riprendemmo la strada: camminando in cresta verso ovest, avremmo dovuto raggiungere la cima che chiamano Castel delle Aquile, poi ridiscendere fino a Passo del Duca, e di lì tornare al Gias Sutan dove forse avremmo trovato qualcuno del gruppo in retroguardia ancora ad aspettarci.

Ma fu in quel momento che il tempo cambiò. Velocemente, come solo in montagna accade.

Le nubi fino ad allora incerte se rovinarci la giornata o starsene buone buone, acquistarono di colpo ..tutte le loro certezze, e consistenza. Si agganciarono tra loro con incastri perfetti, come i tappetini gommati delle palestre o delle stanze da gioco dei bimbi, e diventarono un’unica massa grigio scuro, compatta e spessa. Niente temporale, per fortuna. Ma la pioggia cominciò a scrosciare di botto, con una violenza incredibile, tanto da non farci vedere oltre i 10-15 metri. Nessun riparo, bisognava andare e basta.

Smarrimmo il sentiero. Correvamo il rischio di trovarci senza accorgercene in qualche canalone a strapiombo, o di smarrirci del tutto. Ci aprimmo allora a ventaglio, distanziati sul fianco di 7-8 metri al massimo per non perderci di vista e poter abbracciare con lo sguardo il maggior spazio possibile, ma niente.

Adesso… mi ero perso sul serio! Tutti ci eravamo persi!

 

– CONTINUA –

#nelbeccodelgallo

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